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MATIA

Laura della Gatta & Pino Giampà

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Laura della Gatta (Roma 1967) e Pino Giampà (Svizzera 1965) formano un duo artistico dal 1991 quando, contraendo il titolo di un loro intervento multimediale, Telematia, assumono il nome collettivo MATIA.

L’evento in questione fu inaugurato proprio nel 1991, a Calcata, un borgo medievale vicino Roma, dove i Matia simularono una diretta televisiva sul tragitto Roma-Calcata percorso in macchina con il sonoro trasmesso a volume alto e disturbante nel centro pedonalizzato del paese. Inquinando la quiete di quel luogo silenzioso, i Matia iniziano un viaggio che li porterà a sperimentare vari linguaggi dell’arte in posti spesso lontani dai circuiti ufficiali. In questo contesto fondano, insieme ad altri colleghi, il “Branco”, una sorta di comunità di artisti che ha operato in situazioni insolite e decentrate con l’intento di contaminare artisticamente la realtà attraverso segni multilinguistici.

In questi anni (1992-1996) il lavoro dei Matia attraversa numerosi territori culturali e della visione costruendo un cortocircuito percettivo in cui i linguaggi della comunicazione visiva escono costantemente dal limite proposto dal medium: dipingono sull’acqua, creano finti dispositivi elettrici montati in forma di installazioni simulando pericoli mortali, giocano con voltaggi altissimi per produrre visioni luminose, proiettano le immagini dei loro sogni, realizzano micro opere da vendere sui tappetini degli ambulanti. Parallelamente la loro biografia si arricchisce di episodi formativi importanti tra i quali la fondazione e direzione di una rivista e di una galleria d’arte (che ha esposto, tra gli altri, lavori di Serrano, Nan Goldin, LeWitt, Paolini, Pietroiusti, Buren).

Dopo queste esperienze i Matia intensificano lo spostamento delle possibilità di registrazione percettiva delle loro immagini giocando sull’equivoco visivo: danno luogo a dipinti che simulano la fotografia, a fotografie che rimandano a realizzazioni tramite computer, a stampate digitali che in realtà sono solo pittura e così via. In questo modo la volontà degli artisti allontana una univocità e rapidità della lettura del quadro ribadendone programmaticamente la complessità. La messa in opera di questi intendimenti sarà portante di tutto il loro lavoro anche negli anni a venire.

Nel 1996 i Matia vincono (ex aequo con Simone Berti) il Primo Premio Trevi Flash Art Museum con un quadro di soli 25x25 centimetri realizzando pienamente e volutamente in quel ridottissimo spazio pittorico il loro complesso procedimento creativo.

La serie di lavori di quegli anni e in parte di quelli successivi è stata ispirata da una sorta di teatrini: micro-installazioni realizzate usando veri giocattoli appositamente rielaborati per costruire una specie di set. Infatti, l’organizzazione del processo alla base di questi quadri è quasi cinematografica: i Matia ideano una sceneggiatura, si concentrano sul soggetto, scelgono i personaggi, predispongono il set e lo fotografano; selezionate le immagini più idonee, le manipolano al computer definendole poi con i colori acrilici sulla tela.

La traduzione sulla superficie del quadro di tale messa in scena, tramite la rielaborazione pittorica finale, sfugge alla misura originale raggiungendo la dimensione visiva universale dell’immaginazione, rimandando, abbiamo visto, alla fotografia sino a confondere i due piani linguistici. Tale legame con la fotografia si manifesta a partire dalla perizia della realizzazione pittorica, quasi iperrealista, e si evidenzia con la resa dei fuori fuoco e dell’eccesso di fuoco spinto fino al limite massimo, come si può per esempio riscontrare in opere quali “Preferisco sedermi vicino al finestrino” o “What Time Are We Sheduled To Land?”.

Il richiamo al linguaggio fotografico non è però pedissequo ma è a tratti alterato in modo da rendere la composizione inclassificabile, atipica, nel pieno rispetto della volontà artistica dei Matia. Ciò avviene, in questo caso, perché l’immagine è caricata da effetti scenografici, da un uso teatrale e artificiale della luce e da forti legami tecnologici sia visivi che tecnici. Nel primo caso, il rapporto con la tecnologia è legato a un immaginario creato per mezzo di elaborazioni digitali che ha ispirato altri ambiti della produzione creativa o mediale (non necessariamente esclusivamente visiva, come nel caso della letteratura o della musica); nel secondo caso il legame avviene per l’uso che i Matia fanno di software e hardware. A questo proposito, la composizione il più delle volte mantiene una labile traccia di elaborazione al computer a bassa risoluzione sotto gli strati della materia pittorica; il più delle volte, si è detto, ma non sempre, e tale alternanza acuisce l’ambiguità della loro pittura, che aumenterà nelle serie successive. In esse prenderà via via maggior corpo l’ossatura digitale rispetto alla pittura: sempre ambiguamente, come vedremo. Fino a questo punto, inoltre, gli artisti realizzano opere quasi tutte di dimensioni intorno ai 30x40 cm per rendere la visione più vicina a quella di un monitor, aumentando così le possibilità interpretative dell’opera.

E’ molto importante, in questa metodologia operativa la maniacalità esecutiva con la quale i Matia ricostruiscono pittoricamente l’immagine, che rimanda a un atteggiamento vicino ad antiche pratiche Zen e che richiede a volte molto tempo di paziente lavoro per dipingere un solo quadro. Tale processualità è parte integrante del loro lavoro tanto da essere sottolineata nella più recente esposizione “Allagamenti” datata 2004.

I Matia di solito non lavorano a una singola opera ma a una serie di circa venti quadri, esposti in mostra in modo da formare un ciclo pittorico. Infatti, nel periodo che va dal 1995 al 1998, essi hanno realizzato tre serie di lavori, tutte con una predominante cromatica rossa, riconducibili a una sorta di grande saga narrativa che si concluderà solo nel 2000-2001. Queste opere sono organizzate in una sequenza narrativa non perfettamente lineare ma appartenente a un preciso momento temporale; in esse il racconto è accattivante, spesso avvincente, a tratti simbolico, con una deriva ironica non trascurabile (1) ma è comunque secondario, strumentalmente usato al fine di accompagnare la fruizione verso più complesse riflessioni anche in merito all’ambiguità tecnico-linguistica del lavoro.

Rispetto alla generale scelta di realizzare opere di piccola dimensione, in questa serie di lavori alcuni quadri vengono tradotti in formati più grandi.

Per allentare la preminente attenzione sui quadri ed evitare una catalogazione del lavoro come puro evento pittorico, durante le loro mostre i Matia utilizzano spesso degli oggetti che realizzano nei set o che hanno attinenza con la serie di volta in volta prodotta. Queste presenze, di solito molto discrete, ottengono comunque un piccolo effetto di disturbo alla quiete visiva: a volte possono sembrare apparentemente fuorvianti rispetto a una lettura univoca della mostra, come nel caso di uno dei progetti che fanno parte della più recente personale “Allagamenti”, altre sono in movimento o rumorose, come nel caso dei due micro carri armati che giravano durante la mostra milanese da Gian Carla Zanutti, oppure dei cyber-animaletti che affollavano il corridoio della galleria Mascherino a Roma.

Proprio la cultura Cyber è un elemento caratterizzante del loro lavoro e il rapporto con le nuove tecnologie, come abbiamo sin qui analizzato, è sicuramente basilare nella loro sperimentazione; ma, coerentemente con il loro pensiero, anche in questi territori i Matia stravolgono i codici narrativi svincolandosi dai facilmente connessi e accattivanti presupposti tecno-mitologici per individuare l’archetipo narrativo del fantastico.

Ciascuno dei momenti esecutivi sin qui esaminati -ovvero: la progettazione iconografica, la costruzione dei set, gli scatti fotografici, l’elaborazione digitale, la realizzazione pittorica, l’intervento installativo- sono perfettamente compiuti come se il processo elaborativo potesse arrestarsi in qualsiasi momento: i Matia potrebbero benissimo decidere di esporre i loro lavori a uno stadio diverso da quello pittorico, senza nulla perdere in contenuto e qualità visiva.

Nel 1999 realizzano un nuovo nucleo di lavori, dalla predominante cromatica blu, realizzato in diversi formati: per una serie adottano sia la piccola che la grande dimensione; per la seconda serie, che chiude l’intero ciclo, scelgono il formato unico di cm 35x55.

In questi lavori, essenzialmente riferibili a pertinenze fotografiche -il fuori fuoco, l’effetto flou, l’eccesso di definizione- subentra una maggiore insistenza nello svelamento dei debiti verso il digitale. In tal senso viene appositamente studiata e restituita sulla tela la tipica scomposizione della stampa plotter a media risoluzione che confonde la possibilità di fruizione: l’opera guadagna un effetto fortemente tecnologico mirato ad analizzare il linguaggio digitale così come nei precedenti quadri era avvenuto con quello fotografico. Tale attenzione per le applicazioni tecniche e visive computerizzate distrae inoltre dalla supremazia pittorico-manuale che resta comunque molto forte.

Anche in questa serie lo sviluppo narrativo, di fatto uno stratagemma per orientare la fruizione dell’opera verso più ampie e complesse chiavi di lettura, ha a che fare con l’immaginario fantastico e fantascientifico esponenzialmente accresciuto grazie al progresso delle tecniche digitali, specialmente quelle legate all’animazione. (2)

Va sottolineata nuovamente, a questo punto, l’importanza della processualità del lungo lavoro dei Matia, processualità che accoglie al proprio interno il fattore tempo necessario per la realizzazione di un lavoro e che, anzi, ne è elemento essenziale e imprescindibile. E’ infatti di circa due anni, mediamente, il tempo che passa tra la progettazione e il risultato finale di una singola serie di loro opere; quindi, quando stanno realizzando la fase pittorica di una serie di fatto stanno già lavorando a una serie successiva, pensata perciò qualche anno prima. Questo squilibrio temporale porta necessariamente i Matia ad avere verso il proprio lavoro un certo distacco e permette loro una riflessione sulla velocità -rallentata o accelerata- del fare artistico contemporaneo.

Chiusa questa fase, caratterizzata in sostanza dall’ausilio della messa in scena di un set, aprono un’altra stagione artistica preannunciata dalla serie denominata “MATIAland” dal titolo della loro personale romana del 2002.

Da questa data la coppia di artisti riformula gli aspetti che hanno sin qui caratterizzato il proprio linguaggio con un cambiamento di ambientazione atto ad indagare con maggiore insistenza proprio la tipologia del linguaggio digitale e di animazione. Tale variazione coinvolgerà ancor più significativamente lo spettatore nella visionaria fantasia degli artisti portandolo più facilmente per mano entro più complesse riflessioni.

In questi lavori, ai set costruiti in miniatura si sostituiscono veri e propri paesaggi fotografati in giro, nel mondo reale, rielaborati successivamente al computer, trasformati tramite interventi a volte molto evidenti, altre appena percettibili.

I paesaggi di questa serie (3) si rifanno al genere bucolico tanto in voga nell’arte del passato ma assumono un aspetto anomalo, incongruente, maggiormente sintetico rispetto a quelli. Queste vedute, infatti, si rivelano il risultato di una selezione “del meglio di” tanti paesaggi ideali, i più belli e perfetti, quasi da cartolina, incontaminati dalla normale presenza umana. Essi si animano tramite richiami simbolici, atmosfere Sturm und Drang, ambientazioni surreali, riferimenti a certa fotografia pittorialista, citazioni fantasy, ricordi di letteratura e cinematografia fantastica, episodiche connessioni con ambiti psichedelici e ironico ricorso alla fantascienza. Questi elementi sono usati in forma di campionatura manipolata per costruire, come abbiamo premesso, panoramiche plausibili ma irreali, immerse in una dimensione spaziotemporale sospesa, straniante, artificiosa, di richiamo tecnologico, come in attesa del manifestarsi di un accadimento soprannaturale di lovecraftiana memoria. La chiave più profonda per la comprensione del quadro è come sempre lasciata dagli artisti completamente nelle mani di chi guarda ben sapendo che sarà soggetta a diverse interpretazioni, mai definitive né certe... E’ questo il territorio dei Matia, Matialand, costruito sull’analisi e sull’uso dei codici della pittura, della fotografia, del computer e dei molti altri modelli utilizzati, basata sulla sintesi e sull’indistinzione delle tecniche e dei riferimenti.

Il mutamento formale avvenuto con questi paesaggi nasconde, ora più di prima, la necessità di sfidare attraverso la pittura sia le immagini reali sia quelle virtuali operando una sorta di contaminazione perfetta tra l’una e l’altra.

Come avviene anche nelle installazioni, quel che continuamente torna impellente all’interno della loro ricerca è l’invito rivolto allo spettatore dei loro lavori -ma in generale verso il fruitore d’arte contemporanea- a superare la soglia media dell’attenzione dedicata a un’opera d’arte non fermandosi a una prima più evidente chiave di lettura, a quello che appare a un primo sguardo. Per far questo, abbiamo sin qui visto, hanno via via aumentato il grado di spettacolarizzazione tecnica ed estetica delle proprie immagini; e per quanto la pittura sia volutamente importante, almeno nelle serie sin qui realizzate, per alleggerire il peso che essa può esercitare nella formazione di un giudizio (positivo) esterno, i Matia hanno in questi anni sperimentato tecnologie inerenti alla modellazione 3D.

Rispetto all’elaborazione digitale dell’immagine fotografica, la modellazione 3D è praticamente una costruzione più complessa e con tempi molto più lunghi di una realizzazione “fatta a mano”. Se già in “MATIAland” alcune opere risentono di questa possibilità tecnologica, è solo con l’attuale serie degli “Allagamenti” che questa diventa sostanziale nella creazione del loro mondo.

In questa nuova serie, la più recente in ordine di tempo, i Matia ideano nuove vedute assolutamente inventate anche se, ancora una volta, incredibilmente verosimili. Le montagne, gli alberi, le architetture, l’acqua, sono elementi creati tramite computer, lontani da ogni ricorso mimetico. La visione è realizzata ex novo e l’intervento pittorico finale è ridotto ad alcuni ritocchi risolutivi che non sempre occupano tutta la superficie del quadro pur essendo sempre interventi importanti che incidono pesantemente sull’atmosfera visiva. Nuovamente, sulla superficie di questi quadri convivono elaborazione pittorica “manuale” e quella ottenuta dal file stampato dal plotter sulla tela ma, di questa compartecipazione gli artisti confondono limiti e confini: hanno infatti un grande interesse a simulare tramite i colori acrilici il plottaggio digitale e la resa, nelle texture del 3D, di effetti pittorici veri e propri.

In questi nuovi lavori si evidenzia ancor più fortemente come, per i Matia, pur eccellendo la pittura, non ci sia competizione tra una tecnica e l’altra, sia manuale che tecnologica, questo perchè gli artisti non sono interessati a fissare gerarchie tra medium nell’ipotesi di una completa interazione tra questi.

Anche se utilizzano prevalentemente lo spazio del quadro (per l’occasione la misura di questi nuovi quadri/schermi è stata definita in circa 55x90 cm), questo è inteso nell’ottica di uno schermo che può potenzialmente contenere qualsiasi cosa.

Evidentemente qualsiasi mezzo è utile per costruire la propria visione. Non a caso, infatti, altri progetti accompagnano questa nuova serie “Allagamenti” e la personale che ne prende il nome. Tra questi, è stata concepita una grande superficie realizzata in maglia di cotone -materiale che non a caso deriva dal regno vegetale- tessuta con i tradizionali ferri da calza e applicata sulla parete espositiva che rimanda in parte alla processualità pittorica: l’azione del quotidiano dipingere è infatti qui sostituita da una diversa operatività ugualmente lenta e metodica (corrispondente a circa tre mesi di lavoro a maglia). Questo, così come simili lavori installativi o ambientali, ribadisce fortemente la libertà creativa dell’artista dell’uso di qualsiasi tecnica, materia e linguaggio, per palesare la propria ricerca.

Tutti questi interventi extrapittorici richiamano in qualche modo la tematica proposta nei quadri -che nella nuova serie rimandano sempre all’acqua e agli allagamenti- al fine di non distogliere eccessivamente lo spettatore da una lettura unitaria della mostra, per quanto ricchissima di spunti e possibilità interpretative. Ciò nonostante, non c’è paesaggio che possa incantare, non c’è rappresentazione né immagine accattivante che possa distrarre: c’è una volontà di recuperare una dimensione processuale dell’arte che qui è resa significativa.

Se, come abbiamo sin qui esaminato, i riferimenti ai quali rimandano le opere dei Matia sono ampi, e il significato in esse contenuto è suggerito ma resta volutamente aperto, allo spettatore tocca un compito importante, così come dovrebbe sempre avvenire quando si ha a che fare con l’arte: scoprire legami culturali, individuare connessioni visive, desumere possibilità significative; in ultima analisi: porsi interrogativi per analizzare un linguaggio alla ricerca di quello che una volta si chiamava ideologicamente messaggio, romanticamente poetica e che più ampiamente e profondamente è il senso che muove e sostanzia un intero operare artistico. Solo apparentemente per pochi iniziati.

Barbara Martusciello

NOTE

(1) Nella prima serie (Figli del Cavolo, 1995-96) e nella seconda (Tutti I figli del grande Padre, 1997-98) viene descritto un mondo in cui la sessualità è la misura del mondo controllata esclusivamente dai bambini mentre gli adulti -rappresentati come poliziotti- sono confusi psicologicamente e sessualmente. Le scene si svolgono all’interno di un paesaggio irreale, dalla rigogliosa vegetazione credibile eppure assolutamente sintetica. Il primo ciclo si conclude con i lavori della terza serie, dove i bambini sono diventati tutti poliziotti, uno strano messaggero (un grande bambolotto dei tratti orientali) istruisce un agguerrito personaggio con la faccia di maiale e un piccolissimo disco volante viene costantemente multato per divieto di sosta, mancanza del bollo, assicurazione e patente di guida.

(2) In questa serie, il viaggio è la tematica portante, anche se si tratta di quello di strani personaggi provenienti dai più disparati mondi della fantasia che lo intraprendono tramite una gigantesca astronave. Nonostante la situazione irreale , le occupazioni e le preoccupazioni sono quelle di un viaggio di routine: non a caso, anche i titoli dei singoli quadri sono rassicuranti, presi a prestito dalla normale terminologia da viaggio (“Preferisco sedermi vicino al finestrino”, “La prenotazione delle cabine e delle poltrone reclinabili è possibile solo nelle attraversate notturne”, “C’è un ristorante a bordo?”, “Quanto tempo dura la traversata?”). Una strana specie di rane volanti minaccia questa apparente quiete fantascientifica che sarà però liquidata, in una seconda serie di lavori, da un personaggio che si erge ad angelico paladino di un più accettabile e controllabile ordine delle cose.

(3) I quadri della serie “MATIAland” raffigurano una natura selvaggia e quasi magica dove energie luminose, personaggi volanti e alberi fatati accolgono un’idea di un mondo nuovo dove tutto è possibile: qui l’essere umano, quando è presente, è in sintonia e spesso in mimesi pacificata con la natura.

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